Eterna

© Roberto Rossi

A Chiara Vigo, Maestro di Bisso…

Anima fluisce come Acqua,
da mani antiche
che muovono fili del Profondo.
Il fuso incessante, prilla:
Vita, Morte,
e poi ancora Vita.

Ed Ella tornerà,
e sarà,
per Tessere Arazzo
che solo il cuore
di chi sa Vedere
potrà intuire.

Canto alle Janas

© Roberto Rossi

Ecco che appare ad Occidente
la prima stella della sera,
le nubi rosseggiano timide nel cielo,
il Sole benedice la verde Terra di Sardegna
con i suoi ultimi raggi,
e dalle montagne Loro discendono:
Janas, schive fate delle rocce.
Giungono
cavalcando il Vento,
accompagnate dalla Voce degli Alberi
che selvaggi ondeggiano al loro passaggio.
Delicate come lucciole,
occhi neri di pece,
più profondi degli abissi del Mare,
lasciano un languido graffio
nell’animo di chi li incrocia.
Pelle di Luna e capelli color Notte,
mossi dall’Eterna danza a spirale
che gli agili piedi di fata
intrecciano nell’oscurità della Natura.
Danzano alla Luna
leggiadre come piume
e indomite come fiere,
tracciando magici sentieri
sull’erba imperlata di cristallo.
Tessono in Telai d’oro
le vesti del grano, dell’uva
e gli odori del mirto
e dell’elicriso,
Intonando nenie
capaci di riscaldare il più gelido degli animi:
ad ogni nota,
l’ascoltatore dal cuore attento,
potrà riconoscere il ritmo di un Canto
da molti ormai dimenticato
che mai Loro smisero di sussurrare ai Venti.
Armonie crudeli come la Vita,
tenere come la Morte,
Antiche come la Madre.

Torta del Risveglio

© Arianna Pintus

In questo giorno, fin da tempo immemore, in tanti luoghi della Terra si celebra il ritorno alla Luce.
La Natura nella sua giovane veste è pronta a ridestarsi e a fiorire; l’anziana Madre dell’Inverno è quasi giunta alla fine del suo cammino e deve prepararsi al distacco, per far spazio alla promessa di Vita della Primavera nascente.
È la festa della Rinascita, della vita che torna a risplendere nella sua pienezza e ad illuminarci gli occhi con i suoi caldi colori. Cosa c’è di meglio di una torta fragrante per accogliere la Giovincella in casa nostra? Chissà quanta fame avrà, dopo aver sonnecchiato tutto questo tempo!
Da qualche anno quindi, ho adotatto la tradizione di preparare un delizioso dolce per festeggiare questa bellissima ricorrenza. Ho creato la ricetta prendendo spunto dalla semplicità della torta della nonna, aggiungendoci un pizzico di novità in più per onorare il Rinnovamento, simbolo di questa antica festa.
Anche per questo motivo, di anno in anno cambio un piccolo particolare: così facendo la torta non sarà mai uguale!

Ingredienti:

* 2 mele di media grandezza;
* 200gr di farina
;
* 150gr di zucchero di canna integrale + 3 cucchiaini;
* 3 uova;
* 75gr di burro (o margarina)
;
* 1/2 bicchiere di latte di pecora (anche quello normale o vegetale va bene);
* 1 bustina di lievito

* 1 stecca di vaniglia;
* ½ stecca di cannella;
* 1 cubetto di zenzero;
* 1 limone non trattato.



Preparazione

:

Sbucciate una delle due mele e dopo averla tagliata a piccoli dadini, ponetela in una terrina con acqua bollente in quantità tale da coprirla; aggiungete lo zenzero, i tre cucchiaini di zucchero di canna, la scorza del limone privata della parte bianca e metà del suo succo; coprite e lasciate la mela a riposare in questo liquido per mezz’ora. Affettate l’altra mela in spicchi sottili e metteteli in un’altra terrina con acqua fresca e l’altra parte del succo di limone.
Ponete il latte a scaldare in una casseruola facendolo intiepidire a fuoco lento con il baccello di vaniglia. Fondete il burro a bagnomaria.
Lavorate le uova insieme allo zucchero, fino ad ottenere un composto spumoso e liscio; incorporate poi all’emulsione il burro, il latte, la farina setacciata e infine il lievito.
Amalgamate gli ingredienti aumentando gradatamente la velocità finché non vedrete affiorare delle bollicine sulla superficie della pasta.
A questo punto scolate le mele tagliate a dadini e aggiungetele mescolando delicatamente con un cucchiaio di legno.
Mettete il composto in una teglia di media grandezza dai bordi abbastanza alti, precedentemente imburrata e infarinata.
Volendo, a questo punto potreste nascondere un oggetto al suo interno che, come vuole la tradizione, porterà fortuna a chi lo troverà nella propria fetta.
Mi raccomando avvisate chi la mangia per non rischiare incidenti!
Guarnite la superficie con l’altra mela tagliata a fettine sottili, scolate e passate velocemente nella farina.
Spolverate la superficie della torta di zucchero di canna e cuocete a 180° per circa 45/50 minuti, controllando di tanto in tanto la cottura.
Vi consiglio di tenere da parte il liquido speziato in cui avete posto la mela tagliata a dadini, e dopo averlo riscaldato, provate a gustarvi una bella fetta di torta sorseggiando questo fruttato e gustoso infuso.

Luxi ‘e sa Vida * Luce di Vita

©Arianna Pintus

 

Ho acceso una piccola fiamma,
dal nulla l’ho accesa,
l’ho osservata fiorire.
Una così piccola fiamma
non illumina il buio del mondo;
ma se a lei mi avvicino
e le tendo la mano,
sono più che sicura
di sentirla cantare e bruciare.
“Son viva!”, lei dice,
“non mi hai accesa tu,
io splendo, divampo
dove servo di più!”
Mia saggia fiammella
che Amore mi dai,
con forza e coraggio
non ti spegnerò mai.

Mi sono soffermata a riflettere sull’immagine di una Luminosa Signora, dono di una altrettanto Luminosa Dama, e ho sentito il bisogno di creare una piccola luce, di darle voce.
Ho preso un bel mandarino profumato ricevuto come pegno d’amore, e dopo averne inciso la buccia ne ho fatto una piccola lanterna ad olio.
Le parole non le ho pensate, ma ho dovuto scriverle, poiché pur essendo così semplici e quasi infantili, cadenzate al ritmo di una giocosa filastrocca, sono piene di verità per chi si sia premunito della volontà di reimparare a stupirsi di ogni cosa.

Nel centro di quella luce così minuscola e perfetta vedo il volto di una bimba bellissima,
Scintilla di innumerevoli occhi,
Goccia stillata da fulgidi cuori per rendere questo mondo un luogo più Puro…
E alla quale tutti noi dovremmo ricordarci di dire grazie, in ogni istante.
Il suo volto è quello di tante altre bimbe importanti, Donne del nostro domani.
La Luce rinasce in ogni vita che si accende.

A te, Libellula

©Arianna Pintus

Ti ho vista nascere, stropicciata come una vecchia foglia, per poi volare via lontano da me.
Saremo vicine per l’eternità e i tuoi viaggi, seppur di breve durata, sono stati i miei.
Ho posato un pensiero e una carezza silenziosa sulle tue ali forti, per far sì che anche altri ti vedessero e ti amassero, come ti ho amata io.

La danza dei ricordi

© Roberto Rossi

Qualche giorno fa, mentre riordinavo l’armadio, mi sono imbattuta in uno dei miei vecchi diari; uno di quei diari segreti che un tempo si regalavano alle bambine per qualsiasi ricorrenza. Quelli con le pagine bianche, la copertina di stoffa disegnata e, cosa più importante per ogni diario segreto che si rispetti, il lucchetto.
Un lucchetto inutile a tal punto da rendere saggia la scelta di ometterlo, ma la cui presenza serviva tuttavia a conferire all’oggetto una parvenza di mistero. Bastava introdurvi il rebbio di una forchetta per aprirlo in pochi secondi e senza alcuno sforzo. Svariate volte mi capitò di manometterlo per testarne la resistenza, perché mi convinsi che aprendolo senza usare la chiave prima o poi tutti i segreti sarebbero svaniti. Per mia fortuna scoprii che questo non può accadere: è un’idea assai strana quella di rubare i propri segreti, non trovate?
Sulla copertina del diario qualcuno aveva disegnato una ragazza danzante, circondata da note musicali che, posatesi nell’aria intorno a lei, parevano rallegrarla. Non si trattava della classica ballerina in tutù, ma di una ragazza che indossava un semplice paio di jeans con la risvolta e una maglietta larga che lasciava libera la spalla destra, scivolando verso il basso. I suoi piedi calzavano delle scarpe di tela rossa e grazie alla posa che avevano assunto facevano intuire un ballo improvvisato, spensierato.
Le sue braccia erano posate sulle tempie come se le sue emozioni fossero talmente intense da non poterle contenere. Lei sorrideva, lasciando scorrere fuori da sé tutta la passione che aveva dentro, gli occhi chiusi e l’espressione gioiosamente rapita.
Danzava sopra un muretto grezzo di mattoni e dietro la sua figura si osservava l’esplosione di una miriade di colori, come se la sua danza le avesse colorato tutto il mondo. Non temeva di cadere: forse perché sarebbe rimasta ferma nella stessa posizione? Stava ritta sulla mezza punta del piede sinistro e teneva quello destro proteso per sempre, verso il futuro.
Preferisco pensare che non abbia avuto paura perché la danza stessa, mossa da una musica udita solo da lei, guidava i suoi piedi sicuri.
Si tratta di un’immagine che ho amato e ancora amo, perché riesce a ricordarmi quanto possa essere infallibile l’istinto naturale, se solo si scegliesse di volerlo udire.
Quando ritrovo un oggetto del passato, cerco sempre di richiamare alla mente le atmosfere che lo circondarono durante l’uso, nel tempo che fu. Provo a ricostruire qualche frammento di conversazione udita nell’istante in cui lo stavo utilizzando, riesco a far comparire e spargere intorno a me i profumi che il mio naso catturò dall’aria, come se li avessi presi e conservati accuratamente nel cassetto della memoria. Mi sento come avvolta da loro e non posso fare a meno di riabbracciarli.
Per esempio non dimenticherò mai l’odore delle gomme per cancellare a forma di rotella blu, con al centro il cerchio metallico. Quando strofinavo troppo a lungo il foglio, questo finiva per bucarsi e mi sembrava quasi di sentire la carta mandarmi dei ringraziamenti in forma ufficiale, per il trattamento ricevuto. A volte mi fermavo giusto in tempo e nel punto leso il foglio diventava trasparente, come un varco verso parole e segni ormai trascorsi; era un vero trionfo essere riuscita a non forarlo del tutto!
Mi ricordo la paura di dover portare il quaderno alla maestra, perché correggesse gli esercizi. Sapevo bene che non avrebbe apprezzato la bellezza del varco da me creato e sarebbero potute arrivare le botte. Per lei era indispensabile correggere – insieme ai compiti – questi comportamenti indisciplinati!
La mia infanzia non è stata solo zuccheri e caramelle. Ma questa storia, forse, ve la racconterò in un altro momento.
Ora posso dirvi che non sono stata una bimba spensierata, seppur in cerca della magia delle cose. Ho vissuto in compagnia di una consapevolezza che andava oltre la mia età e mi induceva a ricercare la solitudine e la contemplazione, per incontrare la bellezza e l’importanza della vita, della Natura. Inoltre, per quanto mi sforzassi di interagire con gli altri bambini, finivo spesso con l’isolarmi o col venire isolata.
Presa da questi ricordi ho aperto il diario, per poi aprire me stessa in un dolce sorriso che ha scolorito ogni amarezza.
Nella prima pagina era stato annotato un avvenimento più che fondamentale. Ecco cosa accadde nella mia vita il 12 novembre 1992:
“Mio carissimo diario,
oggi sono andata a casa di nonna e insieme siamo andate nell’orto di zia dove ho giocato con le galline e sono stata molto bene. Poi ho mangiato il minestrone di nonna ed era squisito. Questa è stata una giornata davvero indimenticabile!”
Sotto questo pensiero mi curai di disegnare le galline che facevano man bassa del becchime che io e mia nonna stavamo spargendo in lungo e in largo nel cortile.
Quando volo in direzione di quegli episodi mi commuovo sempre, erano di una bellezza talmente semplice da essere perfetta.
Ripenso ai bagni di Luna piena nel lettone di nonna, in estate, con le finestre spalancate e la dolcezza di quella luce che ci illuminava l’anima; in quel momento l’abbraccio di nonna si trasformava in una ninna nanna senza parole.
Nonno veniva spedito a dormire in soggiorno, sul divano-letto, perché, diceva nonna: “esti ommini e non ci fairi nudda” (è un uomo e non ci fa niente). Lui non osava lamentarsi affatto per il trasloco e al mattino si alzava di buon’ora, per andare a prendere il pane al forno. Tornava a casa con un pensiero per la mia colazione: un panino al latte e uno con l’uvetta. Quello al latte lo apriva a metà, ci spalmava il burro e la marmellata alla ciliegia e poi me lo offriva, come il più grande dono d’amore.
All’ora di pranzo, se nonna preparava il minestrone, si verificava una delle magie più ambite: spezzare la pasta.
Quando la vedevo afferrare il pacco degli spaghetti sentivo già il groppo in gola. Poi, muovendosi con una lentezza quasi esasperante, prendeva dal cassetto un canovaccio che spandeva il suo buon profumo di stoffa pulita, e al centro vi posava gli spaghetti spezzati a metà.
Mi piace credere che quei piccoli gesti rappresentassero il preludio dell’opera che avrebbe avuto luogo in mio onore.
Il canovaccio veniva accuratamente ripiegato seguendo movimenti imparati a memoria, e con il carpo vi veniva esercitata una pressione, che dava vita al tanto atteso momento di gioia.
Il suono che udivano le mie orecchie non era niente in paragone all’esperienza che stavo vivendo. Vedevo tutto illuminarsi di Luce, e quella stessa Luce penetrava attraverso le pupille per infondere di pace tutte le cose intorno a noi.
Stringevo i pugni come se volessi reggermi ad una criniera invisibile, per farmi condurre altrove, galoppando freneticamente insieme alla fantasia. Spesso presa dall’ondata di questa euforia mi mettevo a cantare a squarciagola la prima canzone che mi veniva in mente.
Per non parlare poi, di quando scoperchiava la grossa pentola dove ribolliva l’indimenticabile minestrone, e dalla superficie liquida vedevo sporgere zampe di maiale, un grugno e qualche orecchio. Proprio allora, la vedevo trasformarsi in una strega china sul suo calderone, immersa nei vapori di una misteriosa pozione.
Appariva irreale, come quando chiedeva a mamma di andare in campagna per la raccolta delle piante selvatiche; io ero sempre al loro seguito, munita di grembiule, cestino e coltello.
Mamma la canzonava, ripetendo a mo’ di filastrocca i nomi delle erbe che era solita raccogliere: “Caroni, amingioni, era, ambuatza, murta, gicoria, gureu, cugutzua”.
In campagna, la guardavo svanire tra i cespugli per poi avvistarla in un altro punto, qualche attimo più tardi. Incedeva verso di noi, minuta ed elegante come una fata, recando il suo trofeo tra le mani; quindi si accovacciava e ripuliva la pianta con pazienza, in punta di coltello. Quando aveva finito riponeva a terra il tutto e, solo quando arrivava il momento di tornare a casa, caricava il bottino nel cofano dell’automobile.
I ricordi in merito al viaggio di ritorno sono stati rottamati anni fa insieme a quello che, nella mia realtà, era un calesse.
Come se fossi realmente salita su un mezzo di locomozione capace di ricondurmi al presente, ho chiuso il diario e, nel farlo, ho osservato ancora una volta l’immagine della ragazza danzante; ella aveva ora tratti più familiari e non mi ha meravigliato scoprire che in realtà quella fanciulla ero io, perché la sua danza viveva e vivrà, in me.

© Roberto Rossi

IV. Una Regina tra le sedie: lo scrigno

Sarà essenziale attendere pazientemente un ragionevole lasso di tempo per riuscire a convincere un Cuore a rimanere in compagnia di chi non creda fermamente in lui e abbia avuto il dubbio di poter vivere senza il suo consiglio, specialmente dopo essere stati testimoni di una sua salvifica apparizione; bisogna concedergli la giusta tranquillità perché si senta al sicuro e si convinca che non vi sia nulla da temere
A pensarci bene, in questi casi somiglia tanto ad un piccolo leprotto che, dopo essere corso dentro il suo nascondiglio per via di un pericolo ravvisato nel folto del bosco, debba prima sondare l’aria con i propri baffetti per accertarsi che là fuori sia tornata a regnare la calma di sempre.
In realtà debbo contraddirmi immediatamente, ammettendo che non esista qualcosa di tangibile che possa essere assimilato alla vera natura del Cuore: la sua fattezza è fedele solo a se stessa.
Dopo aver fatto la sua comparsa e lasciando per giunta un segno impossibile da cancellare (perché pur cercandone traccia visibile in ogni dove non la si distinguerebbe), il Cuore astutamente fece sentire la sua assenza al punto che la sedia, straziata dal dolore per l’immane perdita, cominciò a invocarne il perdono usando tutte le armi infallibili che credeva in suo possesso, per fare in modo di riaverlo con sé.
Le provò tutte: con immenso sforzo cercò di piegare le gambe rigide e legnose per inginocchiarsi e pregarlo degnamente; si prostrò a terra per incutere nel Cuore un moto di pietà che lo spingesse a tornare sui suoi passi; rivolse a se stessa amare parole e insulti, per aver messo in discussione i suggerimenti che le vennero sussurrati in punta di piedi, senza parlare, e il cui ricordo provocava un languido dolore al quale non sapeva porre rimedio.
Questi atteggiamenti non furono utili al raggiungimento dello scopo, per il semplice fatto che i mezzi adoperati dalla sedia non appartenevano al linguaggio del Cuore, capace di muovere gli ingranaggi di un meccanismo tanto semplice da risultare incomprensibile se si è avvezzi a considerare i sentimenti come un enigma da risolvere, o peggio, uno scrigno da forzare.
È molto importante comprendere che niente può essere trafugato da tale scrigno poiché le sue ricchezze si palesano soltanto nel momento in cui ci si rende degni di poterle cogliere.
Se le mani che si accingono a sfiorarlo non sono candide e recano propositi poco onesti, pur riuscendo a profanarne l’involucro, niente potrà essere scorto al suo interno, oltre al riflesso della propria bruttezza.
Non vorrei trovarmi nei panni dello sventurato scassinatore, poichè dev’essere un’esperienza davvero spaventosa veder materializzare come per magia tutti i mostri che si portano dentro, avere l’opportunità di vedere con lo sguardo profondo il proprio volto nascosto. Da quel momento in avanti tutti lo potranno scorgere e nessuna maschera sarà in grado celarlo, come degna conseguenza di una vita offerta in sacrificio al Nulla.
Quindi va senz’altro detto che prima di azzardarsi a toccare certi tesori sarebbe doveroso sciacquarsi per benino le mani, per non rischiare di avere sgradite sorprese. Altrimenti, tanto peggio!
Al contrario, se gli intenti saranno luminosi e puri come brina che imperla l’erba al mattino, e ci accosteremo allo scrigno senza pretendere qualcosa in cambio, lo troveremo ad attenderci con il coperchio già leggermente dischiuso, senza lucchetti o catene che ne intralcino l’apertura.
È arduo descrivere quale prezioso tesoro potrà esservi scorto, poiché quest’ultimo assumerà una forma differente per ciascuno sguardo che si avventurerà a carpirne la luce.
Naturalmente, nel parlare di forma non si intende una parvenza identificabile materialmente, bensì una condizione interiore di assoluta perfezione e di equilibrio impeccabile, raggiunta mediante l’allenamento alla stabilità del proprio percepire.
Per giungere ad abbracciare questo grande dono, bisognerà allenare i propri occhi a riconoscere ciò che sembra vera luce e nutrimento per il Cuore, ma in realtà non è altro che pattume che finirebbe per comprometterne la vita stessa.
Ma la nostra sedia non era stata messa al corrente di questi particolari e si mosse verso il Cuore con la volontà di corromperne la delicata armonia; nel tentativo mal riuscito e forzato di apparire convincente, scoprì a sue spese quale trattamento venga riservato a chiunque tenti di ingannare la sua onniscienza.

Continua…

Un sacchetto di fave molto particolari

© Roberto Rossi

Mi sono ricordata di mio nonno e delle sue fave magiche.
Durante una delle numerose serate trascorse in vigna in sua compagnia, accadde un fatto prodigioso del quale ora vorrei proprio raccontarvi.
Pensate a una strada di campagna assai poco trafficata, che lasci dietro sé la frazione di una cittadina tranquilla. Ora, immaginate che subito dopo una curva, alla vostra destra vediate affacciarsi sulla strada che state percorrendo un piccolo sentiero di terra battuta, largo il tanto giusto da permettere, non senza qualche difficoltà, ad un’autovettura di percorrerlo.
Se decideste di addentrarvi in esso i vostri occhi verrebbero immediatamente catturati dalla presenza di numerosi orticelli ben curati, che abbracciavano questo scenario recuperato dal mio passato rendendolo simile a una culla ove posare i sensi per farli riposare.
Al terminare della lunga stradina che nella mia immaginazione fungeva da spartiacque con il resto della civiltà, avreste potuto trovare la vigna appartenuta un tempo al mio nonno materno.
A questo punto indietreggiando di qualche metro e voltandovi sulla vostra destra, potreste trovare lei: il mio Regno, la casetta in cui furono innestati e piantati da mani forse ignare o forse no, alcuni tra i numerosi ricordi che hanno permesso a ciò che sono di esistere.
La casetta campagnola di nonno era piccina e disadorna ma questo particolare non scoraggiava i miei occhi e la mia anima nel vederla di una bellezza tutta speciale. Veniva utilizzata principalmente come rimessa per gli attrezzi e l’arredamento era composto semplicemente da un divano sfondato, un vecchio tavolo, qualche sedia dal fondo ammaccato, due credenzine e un armadio.
Un bel giorno come mio solito rovistavo appunto nell’armadio in cui venivano riposti i suoi attrezzi da lavoro, quando tra libri e quaderni mezzo ammuffiti, conditi da una bella spolverata di zolfo, trovai un sacchetto contenente delle fave secche. Osservai il prezioso reperto e lo studiai per un ragionevole lasso di tempo, cercando di associare quelle strane cose raggrinzite a qualche immagine da me già vista in passato. Non trovando una soluzione, gli domandai, portando alla sua attenzione l’involto di carta: “Nonno, cosa sono queste?”
Lui mi rispose come se avesse atteso da lunghissimo tempo la domanda e le parole fiorirono così naturalmente dalle sue labbra, tanto che sembrarono assumere le sembianze stesse di un germoglio, non appena toccarono l’aria.
Aprì il sacchetto e porgendomi una fava disse, con il tono di voce fattosi improvvisamente misterioso: “Queste sono delle fave magiche! Sono diverse da quelle che nonna mette nella zuppa e devo piantarle perché possano avverare i sogni delle bambine bionde. Ma funzionano solo se questi sogni sono davvero grandi!”
Mi strizzò l’occhio e tornò al suo lavoro nel campo, come se la nostra conversazione non avesse avuto luogo. Lo guardai allontanarsi e non ricordo quali pensieri attraversarono la mia mente negli istanti successivi.
Ripensandoci, capisco come il suo fosse stato un modo tutto speciale di donarmi qualche piccolo frammento di un mondo che non tutti avrebbero compreso e custodito.
Provai una sensazione di calore ed euforia che mi spinse a sgattaiolare fuori dalla casetta e a dirigermi verso un’apertura che squarciava il cespuglio di rovi cresciuto sul confine con il campo vicino.
Qui attesi il tramontare del sole e dopo averlo salutato con quel groppo in gola che mi prendeva ogni qualvolta lo vedevo inabissarsi nell’orizzonte inesplorato, sentii in lontananza la voce di mio padre chiamare il mio nome.
Dato che anche per nonno era arrivato il momento di rincasare, mi raggiunsero e ci avviammo così insieme in direzione delle auto, parcheggiate sul sentiero di fronte alla casetta.
Camminavo tra loro due e improvvisamente un’emozione, forse malinconia, afferrò saldamente il mio cuore; mi fermai ad osservare la vigna, le loro schiene enormi ai miei occhi, e tutto ciò mi sembrò un’opera d’arte. Volli imprimere l’immagine nella memoria, per renderla indistruttibile al trascorrere degli anni.
Girai piano su me stessa, catturando ogni dettaglio di incanto che dimorava in quel luogo amato.
Improvvisamente il mio nome venne chiamato a gran voce perché nonno e papà, giunti a destinazione, si resero conto che ero rimasta indietro.
Quindi ripresi il cammino osservando la terra brulla tra i filari appena lavorati, calzando con i piedini le impronte lasciate da chi mi aveva preceduto. Un piede qui, un piede là, nonno, papà, papà e nonno.
Se fossi riuscita a non varcare nemmeno un bordo delle grandi orme, le due auto sarebbero svanite e il tempo avrebbe compiuto un balzo all’indietro, permettendomi di rivivere quello splendido pomeriggio.
Nonostante avessi vittoriosamente portato a termine l’impresa, arrivai ugualmente all’auto di papà e lasciandomi cadere sul sedile posteriore con il rinnovato peso di una speranza infranta addosso, realizzai che quel momento non sarebbe tornato, ormai non mi apparteneva più.
Mi consolai facendo correre il pensiero alle magiche fave che avrebbero certamente adempiuto al loro dovere, poiché il racconto di mio nonno non fu affatto una favola o una leggenda, ma una promessa.

©Arianna Pintus

III. Una Regina tra le sedie: il risveglio dei sensi

Come per opera di un sortilegio, d’un tratto la sedia vide aprirsi dinanzi a sé la via che conduceva alle infinite possibilità che da quell’istante in avanti avrebbe avuto la libertà di percorrere.
Tutto ciò accadde in un baleno, come se una mano previdente e gentile l’avesse afferrata, trasportandola lontano dalla realtà per poi ricondurla, al tempo stesso, in un immediato quanto rinnovato presente.
La sua precedente visione del mondo appariva grigia e spenta in confronto all’armonioso panorama offertole da quel solo istante vissuto in compagnia del sentimento, e pensò che non vi sarebbe stato motivo di dubitare della genuinità di un così radioso sentiero.
Come avrebbe potuto vivere sommersa dallo squallore, dopo aver saggiato il tepore di un’emozione pura come il rispetto per la propria esistenza?
Così le appariva ora lo scenario che fino a pochi momenti prima era stata la sua vita: brutta e sporca, come la superficie di un vetro attraverso cui non filtri la luce perché si è permesso all’incuria di prendere il sopravvento.
Soffermandosi su questa riflessione involontaria realizzò che per quanto l’immagine metaforica fosse proprio azzeccata, non di vetro, ma di legno era fatto il suo corpo, e lei fino a quel momento non aveva mai badato alla differenza che intercorre tra i due materiali.
Non aveva mai pensato a cosa comportasse essere una sedia, al di là dell’infelice insegnamento che le venne impartito dal primo momento in cui le sue quattro gambe ebbero modo di posarsi a terra.
Si sentiva frastornata dall’affollarsi di tutte le nuove prospettive e non sapeva quale ammirare per prima, poiché tutte parevano sovrapporsi e prendere lo spazio che ritenevano opportuno occupare. Avrebbe voluto assaporare tutto questo in un sol boccone, immersa com’era nell’euforia di un nuovo e inaspettato inizio.
Credette di trovarsi nel bel mezzo di un sogno, dal momento che mai prima le era capitato di ricevere delle tenere attenzioni da parte di qualcuno. Si meravigliò nell’apprendere che quel qualcuno fosse nientepopodimeno che se stessa.
Dato che prima di allora aveva concentrato tutte le sue forze nell’ambizione di rendersi comoda e invitante alla posa di pigri deretani, il suo amore e la sua fantasia si atrofizzarono al punto che dovette compiere un notevole sforzo per far sì che potessero riadattarsi alle dimensioni che spettavano loro di diritto.
La nostra sedia non sapeva dire con assoluta precisione quali potessero essere, dato che quando timidamente provava a misurarne i confini questi si allontanavano come per dispetto, quasi a volerle far capire che per addentrarsi in certi campi è meglio non portare con sé sterili strumenti di tortura.
Di pensiero in pensiero, sentiva di affrancarsi sempre più dalla versione fredda e infelice di se stessa e, a dire il vero, non capiva nemmeno se quella sedia tanto sola fosse stata proprio lei.
Senza l’aiuto del Cuore non avrebbe potuto capire cosa fossero l’infelicità e la tristezza, perché prima di quella sua visita tanto gradita quanto inaspettata, mai le capitò di essere felice.
Eppure nel contempo riusciva ugualmente a udire l’eco di una voce familiare che la richiamava alla miseria da cui le sembrò di essere riuscita a fuggire, impartendole ordini umilianti nei confronti di quel lembo di libertà che aveva afferrato come per miracolo.
Per un tempo troppo lungo quella voce fu libera di esprimersi in maniera indisturbata per pretendere di zittirla improvvisamente, e in effetti questa continuava a blaterare anche se la sedia avrebbe voluto metterla a tacere.
Ed erano davvero avvilenti i suoi suggerimenti: le ricordava, ad esempio, quanto poco concrete fossero le nuove mete sulle quali ingenuamente si era accinta ad affacciarsi, fornendole pensieri pesanti come piombo sui quali focalizzare l’attenzione di modo che la trascinassero giù dalle nuvole.
La sedia non capiva da quale luogo infernale giungessero questi richiami. Non le piaceva affatto ascoltarne le venefiche rime ma si rendeva conto di non riuscire a sfuggire alla loro morsa e, quando facevano capolino all’uscio della porta, non poteva far altro se non permettergli di entrare.
Sentiva depositarsi la mole di tutto lo sconforto sopra la leggerezza avvertita nel prestare ascolto al Cuore, del quale invocava un nuovo intervento, senza ricevere risposta.
Se allora avesse prestato maggiore attenzione, avrebbe percepito provenire da un cantuccio riparato e sicuro, un tepore materno, carezzevole, che là si era rintanato per crescere e divampare al momento propizio. Ma essendo i suoi sensi fuori allenamento riguardo la concezione dei sentimenti, finì banalmente per sentirsi di nuovo abbandonata a se stessa. Non considerando la possibilità che l’unica colpevole di questo abbandono fosse soltanto lei, se la prese con il Cuore, che saggiamente la lasciò sfogare per qualche tempo prima di mettere il naso fuori dalla tana.

Continua…

La Maestria del Bisso

© Arianna Pintus

Il bisso è la seta prodotta dalla Pinna nobilis che fin dall’antichità veniva donata ai Re e alle personalità di ogni epoca, ma mai venduta. E’ un tesoro unico al mondo che ancora Vive e si è Conservato nella magica Isola di Sant’Antioco grazie a su Maist’e Pannu (Maestro di Tessuto) Chiara Vigo.
Pensate al famoso Vello d’oro, alle vesti del re Salomone e della regina Ecuba, ai bracciali di Nefertari e al copricapo di Keope: questi sono solo alcuni dei manufatti realizzati con il prezioso bisso. Una seta marina che al buio è scura, bruna, ma alla luce si trasforma in oro.
Per questo motivo è spiritualmente legata all’Anima della Donna, che a volte può sembrare spenta, oscura, morta… ma lo è solo in apparenza, in realtà sta aspettando il raggio di Sole che la farà brillare e splendere di Vita.

La lavorazione della seta del mare nasce più di 10.000 anni fa presso il popolo Caldeo, in Mesopotamia, dove le Donne Acqua ne conservano e tramandano i formulari segreti. Esse sono le custodi di profondi saperi arcaici che difendono a costo della loro vita ma sul loro conto si sa poco, essendo quella del bisso una tradizione strettamente orale.

Una delle testimonianze si può trovare nelle scritture bibliche che ne documentano l’esistenza e citano sia il bisso che i suoi Maestri, le Donne Acqua; qui troviamo traccia anche del giuramento che i Maestri fanno all’Acqua quando scelgono liberamente di sacrificare la loro vita e vivere per tessere e pregare per il mondo.

Le Donne Acqua arrivano in Sardegna, nell’Isola di Sant’Antioco, con la principessa Berenice. L’amata di Tito non è ben vista dai romani, essendo di stirpe ebraica e pur essendo giunta a Roma dopo l’ascesa dell’Imperatore fa ritorno alla sua patria. Ma nemmeno la sua terra madre la vuole più, grande è stato il sacrilegio di amare un romano.
Viene perciò esiliata nell’antica Solky (l’attuale Sant’Antioco) e qui insegna l’Arte del Bisso alle Donne del luogo. Rimane nell’Isola fino alla sua morte, come documentato dai ritrovamenti archeologici.
Così il prezioso Bisso giunge fino a noi, grazie alle ave dell’attuale Maestro che lo hanno conservato adempiendo al Giuramento.
Nella sua famiglia questa sapienza si tramanda da trenta generazioni: donna dopo donna, filo dopo filo, il messaggio dell’acqua è arrivato fino a noi.
Un messaggio che non ha colore, forma, lingua, legami, confini e che non conosce il denaro, ma si muove libero come il Mare che ce lo dona.
Questo recita il Giuramento che i Maestri fanno all’Acqua:

“Ponente, Levante, Maestro e Grecale
Prendi la mia Anima e gettala nel fondale
Sia la mia Vita per Essere, Pregare e Tessere
Per ogni Gente che da me va e da me viene in Terra di Canai
Senza Terra, senza Nome, senza Confini, senza Colore e senza Denaro,
In nome del Leone dell’Anima mia e dello Spirito Eterno
Così Sarà”.

Quando un Maestro capisce che è il momento di Andare, cede il passo a colei che le succederà, come in un ciclo senza fine, per tenere in vita qualcosa che non le appartiene. Ella è consapevole di essere solo lo strumento che fa vivere l’Arte. Quest’ultima potrà vivere solo se verrà giurato di non vendere il bisso e di tenere la porta della sua conoscenza sempre aperta per tutti. Di Amare gli altri come sono e non come li vorrebbe. In caso contrario il Bisso torna all’Acqua e i suoi formulari segreti non vengono tramandati dal Maestro che sta per compiere il balzo verso il Mare Eterno.

Ognuno di noi ha il diritto di trovare ciò che gli appartiene, così un Maestro conserva l’Arte per chi verrà senza modificare nulla di ciò che è stato e dovrà essere, mantenendo l’Equilibrio fra Mare e Terra.
Ogni donna che entra nel Museo del Bisso porta via il suo filo, bandolo perduto della matassa dell’Anima che se vorrà potrà dipanare. Simbolo dell’inizio della ricerca di ciò che si possiede dentro sé ma non si riesce a trovare perché sepolto e nascosto tra le cose del mondo, che spesso vengono rincorse con troppo affanno.
La donna lo deve conservare, potrà usarlo per sé e se deciderà di sposarsi, riportarlo dal Maestro, che in quel filo riconoscerà la promessa fatta anche da Chi Era prima di Lei e tesserà il cuscino di nozze, su Pann’e Coiai, che resterà nella casa della sposa.
Verrà poi ceduto ad una figlia che la donna dovrà scegliere, che viva tra le mura di casa sua o meno, quando a sua volta si sposerà con il rito previsto dalla propria spiritualità: il bisso è un bene di tutti e non conosce vincoli materiali, ancor meno spirituali.

Una donna che abbia deciso di non sposarsi potrà altresì chiedere al Maestro di Tessere per se stessa, poiché ognuna ha il pieno diritto di vivere liberamente secondo il proprio sentire.

Così il Bisso viaggia e così il suo messaggio passa di donna in donna, tenendo viva la fiamma delle antiche leggi matriarcali il cui retaggio tuttora persiste in Terra di Sardegna.
Vive esattamente come 10.000 anni fa, con i suoi tempi, i suoi ritmi e le sue leggi antiche, che nonostante il frenetico vivere di oggi continuano ad esistere.

Un Maestro non è un artigiano, che modifica la sua Arte per assecondare le richieste del mercato. Non muove il telaio ma sa Tessere: relazioni, emozioni, amore e buon vivere. Tesse l’arazzo dell’Anima che nessuno mai potrà distruggere.
Ti dà tutto, senza darti niente, perché quello che tu prendi era già Tuo. Se la fiamma di un’Arte giace sopita nel tuo profondo, la nutre e la riporta alla Vita.

Sull’argomento ci sarebbe tanto da dire, ma essendo questa una tradizione orale il prezioso dono di un Maestro deve avvenire occhi negli occhi, perché ogni persona è diversa.
Questo è il Pregare e il Tessere di un Maestro, è darsi completamente, senza confine.
Il gesto, lo sguardo e la voce, non possono essere equiparati ad alcuna parola che venga scritta. La parola è parola quando risuona dentro l’Anima e la voce ne è il tramite. In sua assenza perde quasi totalmente di significato; voce, occhi, gesti e sentire si uniscono e si intersecano come fili in un telaio per dar vita a ciò che rimane, nel profondo.
Qualcosa che non ha Nome ma la cui forza è grande proprio perché non si può classificare, etichettare.
Soprattutto non ha un prezzo, per questo motivo il Bisso non si vende.
Al di là del suo valore economico che di per sé sarebbe proibitivo, venderlo significherebbe mercificare l’ultimo stralcio della forza primordiale dell’Acqua, della Donna, che sia giunto fino a noi vivo e integro.

Lo scritto è presente anche sui seguenti siti:

http://www.chiaravigo.com/wordpress/la-maestria-del-bisso.html

http://www.laconteaincantata.net/index.php?option=com_content&view=article&id=214:la-maestria-del-bisso&catid=17:mani-di-fata&Itemid=70

http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_femm_bisso.htm